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In queste giornate di lutto per la critica letteraria, dopo Segre se ne va anche Ezio Raimondi, insieme al latinista Giardina. Con gli ultimi due ho studiato nei primi anni Novanta. Non ero un gran che in latino. Mentre la letteratura italiana a un certo punto era sembrata il mio orizzonte. Poi è arrivato il cinema e ha travolto tutto. Per fortuna, perché avendo davanti un modello come Raimondi avrei fatto magre figure. Sono contento che Raimondi mi abbia fatto capire di voler insegnare e studiare per il resto della vita, e ancor più contento di aver compreso i miei limiti non essere diventato la parodia di un grande italianista come lui.

Proprio per questo non ho particolari titoli per costruire medaglioni su Ezio Raimondi. So che, proprio come Segre, per me era la dimostrazione che il concetto di critica non può mai essere disgiunto da quello di ricerca nella cultura umanistica. ed era l’esempio più concreto in cui mi sono imbattuto (oltre a Umberto Eco) di erudito nel senso migliore del termine. Ricordo bene molte sue lezioni: in testa certamente le letture e le analisi di Tasso, poi Dante e Petrarca. L’incredibile attenzione al dato linguistico e formale, la passione genuina per la nostra letteratura, la capacità di trasmettere i pensieri delle scuole critiche, dopo cinque anni di liceo classico ispirati alla più conservatrice pedagogia di cattivo crocianesimo, mi salvarono la vita. All’esame, preparato per mesi (c’erano almeno dieci volumi densissimi, altro che manuali  brevi per conteggio crediti come quelli che oggi mettiamo in programma), non fui soddisfatto. Raimondi era nervoso, si era accorto che molti studenti erano impreparati, ed era persino uscito dallo studio per avvertire gli altri iscritti in lista: “Se non avete letto tutti i libri in programma, potete anche tornare a casa, tanto me ne accorgo”. Alla fine anche con me fu piuttosto duro, e quella lode mancata mi fece letteralmente imbufalire. Oggi non averla presa mi fa sentire anche meglio, meno secchione, e forse era stato il primo stimolo a non intestardirmi sulla letteratura italiana.

Ma, ripeto, la cosa straordinaria erano le lezioni. Anzitutto il lessico: incredibilmente vasto, quasi illimitato, la cui assenza mi sembra oggi il dato più sconcertante della critica, nessuna esclusa. Poi la sintassi: la linguista Maria Luisa Altieri Biagi, mia relatrice di tesi, amava definirsi seconda solamente a Raimondi nell’aprire le subordinate. Lui poteva raggiungerne anche cinque o sei e ritornare alla frase principale. Lei al massimo tre o quattro. Eppure non era nemmeno questa, unita alla conoscenza (anzi, alla “scienza” di cui era intriso)  la dote che mi colpiva di Raimondi. Semmai il modo di leggere i libri. E di tenerli in mano. Nessuno sbuffi, non sto per cantare i vecchi tempi del volume di carta e della sua seducente bellezza. Ma Raimondi – che faceva lezione in piedi e girava ossessivamente davanti alla cattedra in un’aula che all’epoca mi pareva grandissima e poi quando ci ho insegnato è parsa piuttosto piccola – teneva con una mano il libro e con l’altra gesticolava. Poi leggeva un brano, poi alzava gli occhi e lo analizzava, sempre in piedi e sempre con una mano impegnata. E così via.

Inutile sperare in un percorso coerente e chiaro, in un “programma”. Io ebbi la fortuna di studiare con lui l’intertestualità, e Bachtin, per poi finire a scrivere una tesi di dottorato sulla parodia nel cinema applicando Bachtin e l’intertestualità. E Raimondi saltava dalla voce di Ariosto che si poteva scorgere in Tasso, a Bloom e Riffaterre, per poi planare nuovamente su Boccaccio, e trovarsi infine a leggere brani di Curtius, per concludere su Melville. Persino gli studenti somari o perditempo davanti a tutto ciò si sentivano in imbarazzo: difficile mancare di rispetto a Raimondi, difficile trovare giustificazioni alla propria pigrizia intellettuale di fronte a uno così. Perché studiare Lettere a Bologna, se non ti fai scuotere nemmeno da Raimondi? Il peggio che si poteva dire di lui era che si era occupato poco o nulla di Leopardi. Peccato.

Il mio rapporto con Ezio Raimondi finì da studente, in buona sostanza. Quando ne sono diventato un immeritato collega, era ormai in pensione e non mi sembrava nemmeno opportuno fermarlo per strada o in biblioteca, dove pure lo incontravo spesso, qui a Bologna. Non ho molto altro da raccontare, né da vantare, né da millantare. Chissà quanti talenti avrà risvegliato e svelato negli anni, e che gli sono stati probabilmente raccontati quando era ancora in vita. Quel che potrò dire ai nipotini, però, mi basta: “Io ho studiato con Ezio Raimondi”.

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