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Che sia ancora particolarmente difficile parlare di Gualtiero Jacopetti lo dimostra, forse per il fatto stesso di essere uscito solo nel 2014, l’interessante libro di Stefano Loparco Graffi sul mondo – Gualtiero Jacopetti (qui il booktrailer). Il volume, molto denso, edito da Il Foglio Letterario nell’ormai conosciuta collana diretta da Fabio Zanello, ha un approccio “vita e opere”, che cerca di non dimenticare nulla per strada. Dunque, oltre a una ricostruzione biografica molto utile, ci sono anche testimonianze numerose – da Pietro Cavara, figlio di Paolo, a Riz Ortolani e molti altri –, parecchi materiali, soggetti e stralci, documenti di censura e scartafacci vari. Diciamo che adesso i lavori su Jacopetti saranno certamente facilitati – mentre la casa editrice annuncia una imminente monografia su Paolo Cavara, che si annuncia altrettanto interessante. Detto questo, bisogna elogiare Loparco per aver cercato una collocazione sensata tra coloro che liquidano Jacopetti come un fascista e un razzista di cui non si deve nemmeno parlare seriamente, e i cinefili coprolaliaci dell’ultima ora, che fanno dei suoi film una non ben precisata fuga da ogni modello cinematografico e cercano un gesto di puro cinema, quasi macmahonista, nella sua filmografia. Loparco, anche grazie alla ricostruzione del percorso giornalistico, ideologico e politico di Jacopetti, ne spiega tutte le contraddizioni, lo dipinge come un anarco-liberista dalle idee spesso confuse e dalla vita avventurosa quando non catastrofica, e in buona sostanza sembra centrare il bersaglio senza perdersi in difese d’ufficio. La natura vincente del volume è proprio quella di mettere in luce i pochi gradi di separazione tra il mondo dell’editoria o della produzione o del cinema ufficiale, e l’esistenza di un cinema così infernale come quello di Jacopetti. Non solo Jacopetti abita prima e dopo entrambi gli universi, ma le immagini stesse sono declinate in un sistema di porosità sorprendente con le soglie del visibile, pur in epoca di perbenismo e finto progressismo. Le analisi dei film, invece (specie per Africa addio), pur legittime da un punto di vista critico, sembrano mancare di sostanza interpretativa. Ci vuole, infatti, una preparazione accademica molto vasta, che fa capo soprattutto ai post-colonial studies, per avvicinarsi davvero al (e discutere del) senso politico ed etnografico di questo cinema – sia pure, va ribadito, all’interno di un libro prezioso.
Peccato, infatti, che un altro volume recente (di ormai qualche mese fa, peraltro) curato da Leonardo De Franceschi, e nato in questo caso in pieno mondo universitario, non si occupi a lungo di Jacopetti e anzi lo liquidi abbastanza sbrigativamente, perché fuori dal contesto di indagine. Si capisce bene che al gruppo di studiosi che anima il ricchissimo libro L’Africa in Italia – Per una controstoria coloniale del cinema italiano interessa soprattutto aprire anche in Italia una direzione di ricerche piuttosto ignorata e lanciare, grazie a una collana apposita, letture contemporanee di ambito post-coloniale. Leggendo i testi – molti gli studiosi coinvolti (Luigia Annnunziata, Rosetta Giuliani Caponetto, Alice Casalini, Maria Coletti, Shelleen Greene, Alessandro Jedlowski, Simone Moraldi, Farah Polato, Vito Zagarrio) – pare proprio che le premesse dell’opera siano ampiamente rispettate, e le promesse mantenute. Quali? “Analizzare la rappresentazione dell’alterità, in questo caso collegabile all’Africa, in cui troppo spesso sopravvivono schemi ereditati dal repertorio del razzismo fascista e coloniale, ad esempio nel ruolo destinato al protagonista straniero, in particolare per l’attrice nera, o nel casting che ancora non ricerca professionalità o aderenza al personaggio a prescindere dal colore della pelle”. Alla fine viene proposta una notevole raccolta di dati, con schede di 507 cineasti afrodiscendenti che sono stati attivi a vario titolo (attori, registi, tecnici…) nella cinematografia italiana. Più volte, nei saggi, torna il tema del soggetto subalterno, quello che (aggiungiamo noi) rimane inerme di fronte alla macchina da presa e rischia di non avere voce in capitolo nei processi di realizzazione e definizione del film.
Tornando a Jacopetti, infatti, forse non si tratta solamente di analizzare le pellicole e cercare di comprendere la dimensione culturale nella quale si muovono il regista e la sua odiatissima operazione, quanto piuttosto di capire se – riuscita o meno che sia da un punto di vista etico – i soggetti rappresentati siano materialmente subalterni o “solo” iconograficamente subalterni. Di qui (e non in termini giuridici) passa tutta la differenza del mondo.

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