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Se c’è un argomento che non si può negare (con buona pace degli anti-autorialisti) è che esista un “cinema di Tony Scott”. Per una volta, dunque, il titolo del libro (Il cinema di Tony Scott, a cura di Mario Gerosa, Edizioni Il Foglio, 16 euro) è legittimo e non forzato. All’interno numerosi saggisti si misurano col mistero Tony Scott, non tanto nel senso che il suo cinema sia ermetico né ovviamente illeggibile, quanto nell’idea che per descriverlo, comprenderlo e analizzarlo le cose siano un po’ più complicate di come la critica abbia fatto credere nel corso degli anni.
In effetti, ogni liquidazione di Tony Scott come cineasta pubblicitario, postmoderno, ludico e di conseguenza disimpegnato o di scarso peso, sbatte non solo contro un pessimo bagaglio estetico ma anche con una filmografia rilevante e controversa. In verità, bisogna passare attraverso la filmografia di Tony, ancor più che di Ridley, per studiare le dinamiche e le trasformazioni formali dell’immagine cinematografica hollywoodiana nell’epoca degli spot postmoderni e del videoclip, oltre che dei montaggi in rapida metamorfosi (da analogici a digitali). E molti suoi film, dai più tronfi (Top Gun, Giorni di tuono) ai più intriganti (Revenge, The Fan, Unstoppable) alla fine hanno incrociato la strada della cinefilia, sia pure non quella tradizionalista e europeista, e si sono meritati un interesse (anche accademico) tutt’altro che superficiale. Diciamo che Tony Scott rappresenta, insieme a Michael Bay, il non plus ultra della categoria vulgar auterism che tanto successo ha avuto negli scorsi anni (ora già un po’ abbandonata).
Venendo al libro, molti degli approcci contenuti sono assolutamente originali, oltre che aggiornati bibliograficamente alle analisi che da oltreoceano hanno illuminato la carriera di Scott sotto nuova luce (penso a critici come David Bordwell, ma anche Steven Shaviro o Ignatiy Vishnevetsky).
Davvero brillanti, qui, le analisi del curatore, di Vito Zagarrio, di Enrico Carocci, di Federico Giordano (ma tutti gli articoli possiedono dati di interesse). Il volume, dunque, è consigliato – sebbene a fronte di parecchie imprecisioni redazionali e refusi, pecca comune a tanti libri contemporanei – oltre che ai simpatizzanti del compianto Tony Scott, anche e soprattutto ai diffidenti.

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