Ipotesi-sulla-morte-di-Giuseppe-Pinelli-YouTube

Ben ritrovati dopo la lunga estate. Il blog, come vedete, ha avuto un piccolo restyling, non troppo serioso per non far sembrare eccessivo l’approccio accademico. Anzitutto, i credits: lo zombie con la macchina da presa al posto della testa – una perfetta icona per noi onnivori – è opera dell’artista c.bavota (questo letteralmente il suo nome d’arte) che ringrazio per aver messo a disposizione gratuitamente il logo. Il resto è semplicemente uno dei “themes” proposti da WordPress: in verità, mi premeva soprattutto organizzare meglio la homepage e uscire dallo schema classico del blog con l’articolo più nuovo che scalza quello vecchio. Ovviamente, a causa della mia inettitudine, il sito rimane particolarmente spartano, ma è anche in fondo un modo per ricordare che è lo spazio di un docente e critico che non ha vergogna a definire il proprio lavoro “intellettuale”, e un po’ di imbranataggine ci sta anche bene.
Riprendiamo dunque da una delle attività più belle, la lettura e recensione di (due, in questo caso) libri di cinema.
Michelangelo Antonioni. Prospettive, culture, politiche, spazi (Il Castoro, 18 euro) è un volume curato da Alberto Boschi e Francesco Di Chiara, che ha l’enorme merito di dimostrare nella pratica che si può ancora dire qualcosa di originale e sensato sul maestro ferrarese. Merito dei due curatori, che – complice un convegno del 2012 – hanno messo insieme i maestri della critica antonioniana, i giovani ricercatori, la generazione di mezzo e anche gli studiosi stranieri che negli ultimi dieci-quindici anni si sono occupati del regista. Ne esce una silloge di saggi che (è davvero raro poterlo affermare) si legge con enorme piacere e curiosità. Ciascuno dei contributori reca la propria impronta, e non è un caso che in testa ci sia un saggio di Giacomo Manzoli che invita a rivedere Antonioni facendo la tara alla densa e talvolta paludata ricezione critica che ne è stata fatta (insomma, Antonioni è meglio è più pop dei sui esegeti). Elencare tutti gli articoli sarebbe noioso e inutile. Limitiamoci a ricordare il lavoro di Eugeni sul rapporto tra Antonioni e la cultura psichiatrica degli anni ’50 e ’60; quello di Marco Teti sulle influenze pirandelliane; quello di Laura Rascaroli che mette a confronto originalmente Blow-Up e Lo zio Bonmee; Rainer Winter che applica Rancière. Ma certamente facciamo torto agli altri, in un volume che consta di ben 21 saggi e 320 pagine. Complimenti.
– Rimaniamo nel cinema italiano con L’immagine politica. Forme del contropotere tra cinema, video e fotografia nell’Italia degli anni Settanta di Christian Uva (Mimesis, 24 euro). Di questo volume ho avuto la fortuna di seguire (da lontano) nascita e gestazione. L’autore, infaticabile saggista, esperto di cinema italiano e politica, nonché responsabile della rivista scientifica “Cinema e storia”, ha dedicato davvero molte energie a questa monografia. Quel che si capisce da subito, leggendo il volume, è l’enorme lavoro di scavo e di recupero di una esperienza – l’uso dei media in versione controculturale – che, sebbene studiata altre volte in Italia, raramente ha ricevuto tanta attenzione. Dunque, Uva ha lavorato ai margini dei documenti, da una parte recuperandoli e dall’altra sottoponendoli ad analisi secondo la prospettiva della storia delle idee, cercando cioè di recuperare i concetti di prima mano che accompagnavano il cinema o il video militante, e solo successivamente mettendoli alla prova della teoria contemporanea. Ma, al di là delle ricche interpretazioni di Uva, basterebbe il piacere di leggere e (ri)scoprire sigle e gruppi come il Collettivo Cinema Militante, il Collettivo di Cinema Femminista, i film legati a Lotta Continua, i rapporti tra cinema off e intellettuali o tra underground e cinema ufficiale, il videoteppismo e il festival Kinomata, il laboratorio di comunicazione militante e i video di Claudio Caligari, Videobase e ovviamente Alberto Grifi – e molto altro ancora, analizzato nel dettaglio.

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