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Nuova infornata di recensioni e segnalazioni editoriali e cinefile, cominciando da un’uscita che fa parte della sempre crescente bibliografia critica sull’opera di Pier Paolo Pasolini:

  • Roberto Chiesi, Luciano de Giusti (a cura di), Accattone. L’esordio di Pier Paolo Pasolini raccontato dai documenti (Cineteca di Bologna, 20 euro). La ricostruzione dell’intero processo produttivo, realizzativo e di ricezione dell’esordio di Pasolini è, in questo volume, pressoché completa. Le sezioni si susseguono dense, e difficilmente si potrà dire di rimanere con qualche domanda o mistero su quanto avvenuto al film, dalla prima idea di produzione da parte della Federiz di Fellini all’incontro con Bini, dalla lavorazione sul set alla storia censoria. In particolare, il volume consta di: un saggio introduttivo di De Giusti; un capitoletto (forse rinunciabile) sul sogno del cinema per il Pasolini letterato; una ricostruzione del work in progress con un trattamento parzialmente inedito proveniente dall’Archivio Viesseux (cui si poteva dare maggior risalto, ma intanto c’è); un bel saggio di Stefania Parigi sulle foto di scena che Bini ha depositato al CSC; raccolte di ricordi e testimonianze editi e inediti; la vasta congerie di interviste e auto-analisi che il sempre facondo PPP concesse sul film, anche a distanza di anni; una fortuna critica del film; una ricostruzione della vicenda censoria, molto utile.Il volume dunque, pur qua e là attraversato da qualche enfasi di troppo, permette uno sguardo complessivo su Accattone, segnale che questo “anno pasoliniano” prosegue intensamente, anche grazie al Leone d’Oro per il restauro assegnato a Salò. 
  • Diamo il bentornato a Catherine Grant che, dopo lungo e giustificato silenzio, torna a postare su Film Studies for Free, una delle nostre maggiori fonti di informazione. Ovviamente, pur segnalando il ricchissimo post, ne traiamo in seguito solo alcune suggestioni.
  • Per esempio, il n. 7, vol. 4, di View – Journal of European Television History and Culture, curato da Andreas Fickers e Anne-Katrin Weber, con il titolo di Archaeologies of Tele-visions and Realities, dunque ispirato alla media archaeology molto in voga in questi ultimi anni, con numerosi studi di caso a un’attenzione non scontata alle ricostruzione delle pratiche produttive e realizzative.
  • Chi ci segue sa che abbiamo un debole per Deletion, rivista di studi sulla fantascienza, che giunge al n. 10 con uno speciale, assai benvenuto, sul “science fiction blockbuster”. Nomi grossi nell’indice, da Sean Cubitt a Mark Jancovich, passando per Tanya Krzywinska e Douglas Brown. Si parla del magnifico Ant-Man ma anche di Guardians of the Galaxy, della scienza dei supereroi, del transmedia blockbusting, di serie Tv sci-fi e altro ancora. Imperdibile.
  • Uscito da poche ore anche il numero 76 del grandioso Senses of Cinema. Il focus è sul documentario in Asia, un numero davvero approfondito e utile per molti di quelli che, come me, conoscono pochissimo l’argomento. Si aggiungono poi altri saggi (per esempio su Barbara Hammer) e i sempre graditi Festival Reports – ma anche nello speciale c’è un articolo sui documentary festivals in Asia.
  • Sono poi felice di annunciare l’uscita del nuovo numero di una rivista cui partecipo, Bianco e Nero, vol. 581, con un ottimo monografico sullo stardom nazionale, curato dai colleghi Giulia Carluccio e Andrea Minuz, cui lascio la parola, pescando dalla presentazione: “Stardom è una parola difficile, un termine tecnico degli studi accademici sul cinema. Non è sinonimo di star system, espressione che definisce una struttura industriale, una cinematografia che basa sulla costruzione e sulla popolarità delle star la propria potenza artistica e industriale (la Hollywood classica, per intenderci). Stardom indica al tempo stesso la presenza dei divi e gli studi che li riguardano, la loro ricezione da parte del pubblico e della critica. Stardom sarà anche una parola arcana, ma senza di essa il cinema non sarebbe quello che è. […] Alla domanda se esiste in Italia, oggi, uno star system (e di conseguenza uno stardom) la risposta spesso è secca: No. In realtà, come dicono gli studi pubblicati in questo stesso numero, la faccenda è molto più complessa perché il cinema ha perso la centralità che aveva un tempo nell’insieme delle forme di spettacolo e di intrattenimento, e perché molti nuovi media (dalla tv a pagamento alla rete, fino al magmatico universo dei social network) creano divi di nuovo tipo”.
    Gli studi sono di Luca Barra, Claudio Bisoni, Ismaela Goss, Luca Malavasi, Giacomo Manzoli, Giulia Muggeo, Federica Muzzarelli, Catherine O’Rawe, Mariapaola Pierini, Gabriele Rigola, Alberto Scandola.

Buona lettura.

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