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Titolo scherzoso per dare conto, oggi, soprattutto di riviste, che siamo ben felici escano a ciclo continuo. Non solo emergono nuove testate, ma la cultura cinematografica s’insinua in numeri speciali di periodici accademici di tutt’altra specie (letteralmente), come vedremo tra poco. 

  • Posto d’onore per il primo numero di L’avventura – International Journal of Italian Film and Media Landscapes, rivista edita da Il Mulino, diretta da un gruppo ampio di studiosi: Silvio Alovisio, Lucia Cardone (coordinamento), Mariapia Comand, Gabriele D’Autilia, Mariagrazia Fanchi, Antioco Floris, Cristina Jandelli, Luca Malavasi, Luca Mazzei, Paolo Noto, Leonardo Quaresima (direttore responsabile), Christian Uva. Anche nella redazione e nel comitato scientifico (di cui faccio parte), si è dato spazio alla quasi totalità dei ricercatori che si occupano di cinema italiano, visto che a questa area ben precisa si rivolge la pubblicazione – come spiega l’editoriale.  I fascicoli si strutturano intorno ad una serie di rubriche, tutte in call sempre aperta: Forme, stili, figure, sull’evoluzione degli stili e delle forme, sulle relazioni tra il cinema e altre pratiche artistiche e comunicative, sulle forme produttive e industriali / Archivio, sull’esplorazione di archivi cinematografici e audiovisivi, per uno studio delle fonti orali e la valorizzazione di documenti sottoposti a una rilettura di lettori contemporanei / Differenze, dall’indagine dei processi di formazione dell’identità nazionale nel cinema e nella produzione audiovisiva, all’analisi delle mutevoli identità di genere veicolate dall’immaginario filmico e mediatico / Spettatori, sullo studio della ricezione in Italia, sia sul versante del consumo, sia su quello dell’investimento emotivo e intellettuale / Camera, per l’apertura di un filone di ricerca sulla fotografia in Italia e sulle sue molteplici relazioni con l’ambito cinematografico e degli altri media / Racconto contemporaneo, sullo studio dei fenomeni di sviluppo, interconnessione, ibridazione del racconto audiovisivo contemporaneo in Italia, nel cinema e oltre il cinema. In questo primo numero, già brillantissime analisi su Garriba, Macchi, Rosi, gli anni ’50, Gomorra, il melodramma e tanto altro ancora. Sull’impaginazione e sul prezzo (30 euro) il dibattito è aperto, ed è giusto che chi – come il sottoscritto – si batte per la ricerca gratuita e open access lo scriva, ma se ho scelto di accettare il gentile invito a sedere nel Comitato è perché penso che sia bellissimo avere una nuova rivista accademica sul cinema italiano e con cotanto editore.
  • Graditissimo ritorno per La Valle dell’Eden, storica rivista di fascia A edita dall’Università di Torino, che per il doppio numero 28-29 (2014-15) sceglie di analizzare la figura di Marilyn, o meglio l’immagine di Marilyn, come suggerito dal titolo del monografico curato da Giulia Carluccio e Mariapaola Pierini. Il volume prende le mosse dal grande convegno del 2012, sul medesimo argomento, e si aggiunge a un libro di riferimento, La bellezza di Marilyn, del 2006. Al nucleo dei saggi derivati dai paper presentati a Torino (completamente rivisti e rielaborati per questo dossier), oltre a un mio piccolo intervento sulle parodie italiane della Monroe, si sono infatti aggiunti ulteriori contributi, con lo specifico obiettivo di raccogliere gli spunti emersi nel corso dei lavori torinesi e ripensarne i risultati aprendo a nuove riflessioni. Impossibile citare tutti i contributori, basti dire che un numero notevolissimo di studiosi e università è rappresentato nell’indice. Con questi due libri, il sapere su Marilyn in Italia ha ora decisamente un punto fermo
  • Le allusioni iniziali e nel titolo del post sono dovute all’uscita ravvicinata di due monografici di rivista, entrambi provenienti dall’area degli animal studies, branca degli studi culturali che si occupa di analizzare il rapporto dell’umano con l’animale attraverso i costrutti socioculturali e discorsivi che nascono, non di rado rovesciandone senso e orientamento. La prima di cui ci occupiamo è Animot, che ospita per il numero 4 un dossier dal titolo “Cinema animale razionale”, curato da Silvio Alovisio ed Enrico Terrone. Questa la premessa dei curatori: “Il cinema rappresenta i personaggi sia in situazioni considerate tipicamente umane (linguaggio, ragionamento, società, politica) sia in situazioni che l’uomo condivide con vari animali (percezione, azione, locomozione, sesso, morte,nutrizione, riproduzione, combattimento). D’altra parte il cinema nasce come arte muta e si impone per la sua impressionante analogia con la percezione, e in tal senso esso sembra particolarmente versato per la rappresentazione di situazioni condivise da animali umani e non umani. L’obiettivo principale di questo volume è indagare la capacità del cinema di far emergere la dimensione animale dell’umano inteso aristotelicamente come ‘animale razionale’ “. Molti i saggi di livello. Nella prima sezione si considera quel che vi è di animale, oltre che di razionale, nel funzionamento del cinema stesso. Nella seconda e nella terza sezione si considerano rispettivamente peculiari film e generi cinematografici, capaci di far risaltare la dimensione animale costitutiva dell’essere umano. Spiccano, tra gli altri, gli interventi di Wartenberg, Ferraris, Bandirali e del duo Maina/Zecca, alle prese con lo spinoso problema del rapporto animali/erotismo. In generale, davvero una prospettiva intelligente e originale.
  • La medesima idea, ma in direzione più polemicamente antispecista, giunge dal monografico della rivista Animal Studies, con il dossier “Oltre la fotogenia, Note per un cinema antispecista”. Il numero 11 del 2015 ha questa premessa: “Sin dalla sua origine il cinema ha cercato di catturare il divenire, il movimento e la trasformazione, tentativo prometeico che ha portato la settima arte, in un processo parzialmente inconsapevole, a filmare l’animalità, l’essere-animale. A differenza della fotografia che si proponeva di afferrare l’eterno, l’universale, il cinema diventa portavoce di un modo di pensare nuovo, che cerca il singolare, il fuggevole, l’imprevisto e che trova nell’animalità non-umana un’aspettata (ma privilegiata) alterità dialogante. Attraverso differenti percorsi, i saggi qui raccolti indagano il rapporto tra cinema e animalità sviscerando un rapporto nascosto, poco sondato, ma dalle immense potenzialità espressive e filosofiche in grado di mettere in discussione il delirante antropocentrismo culturale sul quale si cerca di fondare l’immagine-movimento cinematografica”. All’interno saggi su Frammartino, Malick, Tarr, Deleuze, un po’ diseguali a dire il vero. Il migliore è l’intervento di Valentina Gamberi su Miyazaki e i “kami” come poetica del non-umano, molto convincente.
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