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Non c’è dubbio che il periodo cinematografico continui a mostrarsi fertile. La vittoria dell’Orso d’Oro a Berlino di Fuocoammare non ha sopito la dura discussione sorta intorno al film, che rimette in gioco i temi (che si credevano sepolti) dei limiti del visibile e del ruolo del cinema del reale nello scenario culturale contemporaneo. Il corto circuito tra questo cinema di nicchia e pochissimo premiato dagli spettatori, sostenuto invece dai festival, sembra stridere con la grancassa hollywoodiana degli Oscar e dei Deadpool in cima agli incassi, eppure noi su questo blog continuiamo ad amare tutte le forme di cinema incondizionatamente (ovviamente a seconda del progetto e del prodotto). In ogni caso, come noto, qui non facciamo recensioni di film, ma di libri, riviste, convegni e forniamo segnalazioni…Oggi ci concentriamo sulla cultura europea.

  • E’ da un po’ che volevamo parlare del bellissimo volume di Jérôme Bourdon, Il servizio pubblico. Storia culturale delle televisioni in Europa (Vita e Pensiero, 25 euro), nell’ottima edizione italiana curata da Massimo Scaglioni. In epoca di dibattito sciocco e superficiale sul ruolo del servizio pubblico in Italia, con le nomine RAI sempre ridotte a scontro politico di parte, Bourdon richiama tutti alla storiografia e al ragionamento tracciando – in un’impresa tutt’altro che scontata – una sorta di storia comparata del servizio pubblico nel Continente. Sapendo bene che è impossibile ridurre le specificità nazionali e le vicende televisive locali a un solo schema interpretativo, Bourdon (professore all’Università di Tel Aviv e collaboratore dei più importanti centri di ricerca francesi e internazionali) trova comunque il modo di verificare gli approcci del passato e contemporanei. I vari miti della televisione pubblica europea (tecno-ideologico, pedagogico, del controllo, dell’audience e così via) vengono problematizzati, spiegando quando e dove hanno funzionato e perché non sembrano più agire al meglio nell’epoca della frammentazione privata e degli OTT. Il libro, che si legge con piacere e chiarezza, stimola anche a nuove riflessioni sul servizio pubblico oggi, invitando tutto sommato a non mollare l’idea di una televisione europea che ragioni sui termini nei quali proporsi come servizio pubblico anche negli anni Duemila. Come spiega il curatore italiano, quella di Bourdon è un vero esempio di storia culturale.
  • Di cinema europeo si occupa anche Ilaria A. De Pascalis, Il cinema europeo contemporaneo: scenari transnazionali, immaginari globali (Bulzoni, 22 euro), frutto di una ricerca dottorale e pluriennale. De Pascalis affronta con gli strumenti degli studi culturali e postcoloniali il tema dell’identità cinematografica continentale, quant’altri mai indefinibile e complessa, oltre che lacerata dalla resistenza delle cinematografie nazionali (posso ben dirlo, essendo stato autore con Mariapia Comand di un volume, Il cinema europeo, di taglio divulgativo, che faticava a tenere insieme questa natura incerta). L’autrice ha il merito anzitutto di offrire da subito una piattaforma teorica molto utile e limpida, che fa da piattaforma a un approccio che dunque non intende abbracciare ecumenicamente la pur scarsa bibliografia cinema-centrica sull’argomento quanto piuttosto usare strumenti e pubblicazioni anglofone nate in diversi ambiti culturologici. Poi, nei vari capitoli, applica con molta vivacità questi stimoli accademici, maneggiando riferimenti molto ampi, e affrontando i temi della globalizzazione, identità, soggettività, molteplicità, confine e così via. I singoli film vengono analizzati sia come esempi di rappresentazione sia come attori di soggettività produttive di un’Europa continuamente attraversata da trasformazioni profonde e di cui – come ben si vede – non sappiamo che fare nemmeno in termini politici.
  • Riceviamo e volentieri segnaliamo anche l’appassionato saggio cinéphile di Stefano Loparco, Klaus Kinski. Del Paganini e dei capricci (Edizioni Il Foglio, 15 euro). Non si tratta come potrebbe apparire di una monografia generale su Kinski (la cui vita personale e artistica viene comunque spiegata), bensì di una incursione piena di materiali, documenti e raccolta di dichiarazioni sul Kinski artista che voleva celebrare se stesso nel progetto titanico del Paganini (film poi naufragato nel disdoro generale, che Lo Parco cerca invece di riequilibrare). Si tratta di un volume non accademico, ma di interessante lettura e strutturato in maniera rapsodica, con un approccio di storia orale un po’ “sanguinetiano” e certamente utile. Come si vede, cinema europeo anche in questo caso.
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