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Curioso dibattito in questi giorni su siti, blog e social network, poco dopo l’ufficializzazione dei titoli di Cannes. Data per acquisita la questione dell’assenza di italiani in concorso (poco interessante), sembra più suggestivo osservare le militanze critiche che si schierano già, a-priori, con un certo film o con un altro. Giustamente Roberto Silvestri ha commentato “E’ da anni che i festival finiscono nel giorno in cui cominciano”, idea certamente provocatoria ma assolutamente non distruttiva. Da tempo, del resto, insistiamo sul fatto che la cinefilia si situa ormai in un terrain vague tra quello che deve ancora avvenire e quel che è già stato, con l’enfasi della visione sempre più circoscritta. Colpa/merito dei new media? Proprio dalle trasformazioni del cinema partiamo per una nuova ricognizione editoriale…

  • Simone Arcagni, Visioni digitali – Video, web e nuove tecnologie (Einaudi, 22 euro) prende in esame il molto dibattuto terreno del post-cinema. La prospettiva, però (su cui Arcagni lavora da parecchio tempo) non è cinema-centrica, e questo è sicuramente il dato più seducente. Ovvero fino a qui, e in maniera spesso brillantissima, i colleghi accademici e i critici più teorici si sono concentrati sulle trasformazione della nozione di film nelle sue rilocazioni, trasformazioni, frantumazioni. Arcagni, pur non eludendo il problema, inverte la lente e misura in lungo e il largo il mondo delle immagini digitali, ben poco interessato a tenerlo avvinghiato per forza ai film studies tradizionali. L’autore lavora sul campo, sull’oggetto, sullo stupore che offrono anni di cambiamenti precipitosi e spesso ignorati da media tradizionali arrancanti, e questo spiega anche la bibliografia snella e le note contenute. Piuttosto, tra Vimeo, Realtà Aumentata, Youtube Tutorial, M2M, Urban Screen, Web Cinema, GIF e così via, sembra di entrare in un regno infosferico davvero spiazzante, che peraltro Arcagni analizza con passione e completezza. Unico neo, indipendente dalla qualità, la sensazione che la sincronicità di ciò che ci viene spiegato sia tale da rischiare di modificarsi molto in fretta, persino più in fretta del nostro tempo di lettura. L’autore lo sa e giustamente cerca approdi precisi e bilanci di dieci anni di lavoro. C’è anche una mappa grafica dell’universo postcinematografico, a pagina 36, di cui si riparlerà a lungo.
  • Altrettanto aggiornato ma concentrato su tutt’altri argomenti il volume di Jacqueline Reich e Catherine O’Rawe, Divi. La mascolinità nel cinema italiano (Donzelli, 21 euro). Si tratta di un appassionante studio, parte di una rilevante collana dedicata al cinema italiano, dove le due autrici (che hanno guadagnato sul campo l’autorevolezza di italianiste “from abroad”, e che per questo motivo suscitano l’invidia di qualche giornale) non si limitano a ripercorrere divulgativamente le figure essenziali dello stardom italiano – da Mastroianni a Scamarcio; anzi, aggiornatissime sugli star studies e i celebrity studies, oltre che sui cultural (non troppo ideologici) riguardanti gender e masculinity, affrontano nella prima parte tutti i nodi teorici più importanti, per poi dedicarsi – nella seconda – a brevi ritratti analitici. Visto che solo da poco anche in Italia questo approccio comincia a farsi sentire, e a trovare spiragli nel blocco storiografico che ci è più noto, vale la pena incoraggiarlo. Un libro acuto e utile, che nasconde nel suo piccolo una dimostrazione di come si può studiare il divismo di ieri e di oggi nell’epoca dei media digitali e della vaporizzazione accademica.
  • Antonio Tricomi, Fotogrammi dal moderno (Rosenberg & Sellier, 19 euro). Qui invece torniamo, come da titolo, alla modernità e al modernismo, temi mai tramontati e forse oggi riemergenti grazie al fascino utopistico e fortemente teorico che combatte con le forme metodologiche dell’era digitale. Il resto di questo libro molto erudito lo facciamo dire all’autore (dalla quarta): “Hitchcock, Welles e Lang; Huston, Kubrick e Laughton. L’espressionismo, il noir e il western; Leni Riefenstahl, Germi e Altman. Il neorealismo e il poliziottesco italiani; Bellocchio, Haneke e Sokurov. Il cinema hollywoodiano dei nostri anni e i giochi di prestigio di Christopher Nolan. In Fotogrammi dal moderno, l’autore fa dialogare questi e altri maestri, queste e altre poetiche cinematografiche, con sicuri capisaldi del pensiero contemporaneo, con svariate opere letterarie, per sondare il rapporto tra tali mondi stilistici e i contesti storico-sociali che li hanno visti nascere o di cui essi hanno inteso offrirci acute trasfigurazioni. L’esegesi filmica si traduce così, pagina dopo pagina, nell’irrinunciabile tassello di una più ampia riflessione critica sul Novecento, sull’oggi”.
  • Gabriele Rigola, a cura di, Elio Petri. Uomo di cinema (Bonanno editore, 22 euro). Ecco un classico caso di volume che, se me lo avessero messo in mano senza conoscere contenuti, curatore e autore, avrei deriso, perché su Petri c’è ormai troppa letteratura e anche recente. Smentito. Il volume, collettivo, ha un senso e un valore, ponendosi come riconsiderazione d’autore, sì, ma collocata nel contesto di un’analisi sociostorica talvolta complessa, dove valutazione culturale e storia delle idee s’intrecciano con l’approccio più critico. Dunque non un libro su Petri troppo da dentro. E’ anzi nel concetto di cultura cinematografica italiana, delineato da Rigola nel saggio introduttivo, che si situa una via salvifica per riprendere lo studio del cinema autoriale italiano del passato. Lo stesso sentiero viene seguito anche dai contributori, tra i quali citiamo per esempio Bisoni, Cardone, Minuz, Morreale, Noto, Pitassio, Uva e altre penne sempre affidabili.
  • Interessante il numero 7, free online, di Cinema Comparat/ive Cinema, dal titolo “How Filmakers Think TV”, con molti documenti storici, tra cui interventi sul piccolo schermo di Rossellini, Godard, Deleuze, Kluge, Marker, e altri. Anche gli articoli inediti studiano la medesima materia.
  • Ed è sempre un piacere segnalare anche libri open access, come Post-Cinema. Theorizing 21st Century Film, a cura di Shane Denson e Julia Leyda, pubblicato dal gruppo di ReFrame, e nell’indice ci sono nomi altisonanti (Manovich, Shaviro…), insieme a nuovi ricercatori. Come spiegano i curatori: “The essays take as their critical starting-points concepts such as David Bordwell’s ‘intensified continuity’ and Steven Shaviro’s ‘post-cinematic affect’ and ‘post-continuity’ —concepts that are in many ways opposed to one another, but which help to stake out a common field upon which to position oneself”.
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