persona

 

Nei film studies non abbiamo fatto altro, da decenni, che processare l’esistenza stessa del cinema, chiederci perché abbia avuto una tale influenza sociale e culturale, e in buona sostanza porci domande sulla sua essenzialità. Alcuni recenti volumi – che abbiamo impiegato parecchio tempo a leggere, anche perché a loro modo impegnativi e densi – ci propongono da diverse prospettive riflessioni sia di tipo scientifico sia di tipo socio-mediologico, e in qualche modo dialogano tra di loro perché si avventurano – da diverse prospettive – su quello che noi siamo (diventati) rispetto ai media.

  • Vittorio Gallese, Michele Guerra, Lo schermo empatico. Cinema e neuroscienze (Raffaello Cortina, 25 euro), è sicuramente il titolo di questi mesi, già premiato come miglior monografia all’ultimo premio Limina e sicuramente punto di riferimento per quel che concerne le novità sempre più ribollenti che giungono dalle neuroscienze. L’apparentamento tra un docente di cinema e uno degli scopritori dei neuroni specchio non è affatto peregrino. Sebbene qua e là sia intuibile chi stia scrivendo una pagina e chi l’altra, è interessantissimo l’approccio comune che non sacrifica affatto i film studies e le metodologie di analisi sull’altare delle scoperte scientifiche. Ovviamente ci sono stati altri volumi in questa direzione, che aggiorna in maniera radicale il cognitivismo di qualche anno fa, e anche in Italia (D’Aloia, per esempio, o lo stesso Eugeni di cui parleremo tra poco) alcuni colleghi si sono occupati del tema. Lo schermo empatico si propone come approdo profondo e “groundbreaking”, grazie al rigore delle indagini e alla passione della ricerca. L’idea base è che non solo le emozioni che proviamo davanti allo schermo sono vere emozioni, ma che il nostro io si arricchisca di esperienze e comportamenti guardando un film con gli stessi processi cerebrali che usiamo nella vita reale. Lo spettatore-organismo, che finalmente supera la differenza tra mente e corpo che i film studies hanno portato con sé per tanto tempo, diventa così un soggetto interessantissimo da studiare, senza che queste scoperte mettano in crisi il filone dell’etnografia dei consumi o dei cultural studies, anche quando tendono inevitabilmente all’universalità neuroscientifica del pubblico. Persino il cinema in sala, svillaneggiato da presunti so-tutto-io del nuovo che avanza, torna al centro del discorso per le sue indubbie capacità di stimolazione esperienziale…e così, tra simulazione incarnata (dove l’incarnato vale più del simulato), spazi corticali e mirror mechanism (ottima idea il glossario finale), si arriva alla fine di un viaggio entusiasmante che forse – ma lo diciamo piano – ci spiega una volta per tutte l’originalità del cinema rispetto a tutti le altre arti e gli altri media, almeno nel corso del Novecento.
  • Dialoga con questo volume il sottile ma non meno stimolante La condizione postmediale di Ruggero Eugeni (La Scuola, 8,50 euro), dove lo studioso della Cattolica, capitalizzando la ricca produzione di questi anni ma cercando una sintesi brillantissima e innovativa, cerca di analizzare l’età postmediale. La provocazione viene servita a caldo: i media sono morti. Siamo fuori dal Novecento, e abbiamo superato anche il postmoderno, che sempre di più ci appare come una coda (lunga e pasticciata) del moderno. In verità, Eugeni parla più che altro di moltiplicazione ormai troppo proliferante per poter ancora far sì che separiamo i media da noi stessi, e di dissolvimento degli stessi. Citiamo quelle che secondo noi sono le due frasi chiave: “i media si integrano perfettamente ad apparati sociali in linea di principio non mediali, fondendosi con essi”, e “non è più possibile stabilire con chiarezza cosa è mediale cosa non lo è” (entrambe a pagina 28). Ciò non significa che il resto del volume sia innecessario, anzi proprio nella descrizione degli ambiti pragmatici dentro i quali noi e i media agiamo (epos della naturalizzazione, della soggettivazione, della socializzazione), Eugeni trova un equilibrio discorsivo inattaccabile. Sul concetto di epica e su quello di gamification le pagine più lucide, cui si aggiunge un tratto invidiabile: l’autore, pur impegnato in una proposta a suo modo dirompente (che porta al concetto di “amoderno”), non smette mai di fare anche divulgazione, pescando a strascico dalla letteratura scientifica che conta, dialogando con essa e poggiandovi i punti d’approdo. Unica domanda che ci poniamo è: che cosa succederebbe se sottoponessimo questa idea postmediale a uno stress test? Il dissolvimento dei media è ancora in atto di fronte al loro lato oscuro, ovvero le patologie come l’obesità mediale et similia? Ne riparleremo.
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