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Decisamente convulsa, questa prima parte del dopo-estate. Il festival di Venezia – almeno in Italia – ha polarizzato il discorso cinefilo, con il consueto dibattito intorno ai premi. Questa volta, però, non ci sono lamentele sul capolavoro “non colto” dalla giuria, perché su Lav Diaz si nota un consenso decisamente sorprendente. Al contrario, i media generalisti (e gli oppositori a-priori del cinema d’autore) hanno deriso la scelta della giuria come elitaria e al solito esteticamente vetusta. La battaglia dunque non è più tra critici e giuria, ma tra critica e mondo esterno, che giunge in alcuni casi a definire inaccettabile che un film in bianco e nero vinca un festival (magari dimentichi che The Artist, muto e b/n, ha vinto l’Oscar pochi anni fa). Ma si sa, l’analfabetismo culturale cinematografico in questo paese è altissimo, nulla di cui sorprendersi. 

  • Contemporaneamente, rimane il problema di come valutare un festival. E mentre, nella più totale ignoranza della critica festivaliera, il mondo accademico ha sviluppato strumenti assai raffinati di studio dei festival e della cultura ad essi connessa (per iniziare, si consiglia il recente textbook Film Festivals uscito per Routledge), anche la cinefilia talvolta si fa delle domande un po’ di più ampio respiro rispetto alla contingenza del singolo film, dei premi vinti e del bello/brutto (opinionismo light e cialtrone che riempiva a casaccio l’ecosistema critico del Lido). Segnaliamo in tal senso il condivisibile pezzo di Federico Chiacchiari, il bilancio di Cineforum, il severo finale a caldo di Gabriele Gimmelli, ma vale anche la pena recuperare su Fandor la copertura giornaliera della critica internazionale (e magari seguire lì anche Toronto, Telluride e New York).
  • Il già citato Routledge dà alle stampe anche un volume che segnaliamo con malcelato orgoglio campanilistico, non solo perché i due curatori, Paolo Noto e Sara Pesce, sono italiani, ma perché attivi nell’Università di Bologna, come del resto alcuni autori del volume (quorum ego). Il libro è The Politics of Ephemeral Digital Media: Permanence and Obsolescence in Paratexts (Routldege, hardback 90 sterline), e rielabora – ma facendosi volume del tutto autonomo – un convegno di qualche anno fa tenutosi a Bologna per Media Mutations. Questa la premessa: “In the age of ‘complex Tv’, of social networking and massive consumption of transmedia narratives, a myriad short-lived phenomena surround films and TV programs raising questions about the endurance of a fictional world and other mediatized discourse over a long arc of time. The life of media products can change direction depending on the variability of paratextual materials and activities such as online commentaries and forums, promos and trailers, disposable merchandise and gadgets, grassroots video production, archives, and gaming. This book examines the tension between permanence and obsolescence in the production and experience of media byproducts analysing the affections and meanings they convey and uncovering the machineries of their persistence or disposal”. Ovviamente, vista la mia presenza in qualità di contributore (con un saggio su paratesti, cinefilia, mediafilia, redatto insieme a Lucia Tralli), mi astengo dal recensire, pur raccomandando la lettura a tutti coloro che sono interessati alle mutazioni mediali in atto. Qui l’indice.
  • Molto interessante anche Link – Idee per la televisione, n. 20, 2016 (10 euro). Il titolo, “Telenovela oggi”, può far sobbalzare chi pensa che la telenovela sia una obsoleta forma di narrazione per piccolo schermo, riassorbita dalla soap opera americana. In verità, ci spiegano i vivacissimi saggisti, le cose non stanno così. Per di più, a differenza di quel che si potrebbe sospettare, il monografico non opera riletture pop del fenomeno, ma predilige un taglio culturalista (sia pure divulgativo) e geopolitico, che ci permette di scoprire le funzioni socio-culturali e identitarie della “narco-novela” colombiana, della lunga serialità turca, del feuilleton panarabo, della novela politica del Myanmar…poi interviste e ragionamenti teorici, come quello di Luca Barra che ci ricorda come la telenovela utilizzi strategie narrative sfruttate anche dalla quality television, sebbene nessuno desideri farlo notare. Alcuni dei contenuti sono open access, e li abbiamo sottolineati.
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