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Siamo solo a settembre e già si discute di premi. Dunque, il festival di Toronto ha visto la giuria premiare all’unanimità Jackie di Pablo Larraín, uno dei pochi cineasti contemporanei che sembra sostenuto da (quasi) tutta la critica internazionale. Sarà per la presenza di Brain De Palma tra i giurati se la motivazione contiene un’interpretazione secondo cui Jackie va letto come “exploration of the myth of American Camelot”? La La Land, invece, ha vinto il premio del pubblico, e c’è aria di candidatura Oscar con molti mesi in anticipo (sebbene il sottoscritto, pur ammirato dalla riuscita indubbia del film, non ne sia rimasto folgorato). Nel frattempo, sono stati assegnati anche gli Emmy Awards, premio di altissimo valore simbolico per le serie (e gli show) televisivi anche perché – a differenza degli Oscar dove tutti mettono bocca a caso – non sono in molti a poter commentare i premi tecnici del caso, come il “make up prostetico” o la fotografia per i prodotti girati con single-camera, e così via. In verità, è proprio questa la parte interessante, con molti premi condivisibili, sia pure francamente pletorici: qui il sito ufficiale con gli elenchi. Ma procediamo con un po’ di segnalazioni e letture – con il consueto chiarimento (repetita iuvant) che il ritardo con cui compaiono alcune recensioni di libri sono dovute all’umana impossibilità di leggere tutto in poche settimane.

  • Salutiamo con affetto l’arrivo di Dallo schermo alla cattedra – La nascita dell’insegnamento universitario del cinema e dell’audiovisivo in Italia (Carocci, 24 euro) a cura di David Bruni, Antioco Floris, Massimo Locatelli, Simone Venturini, primo grande tentativo di sistematizzare la storia della disciplina cinematografica nel contesto delle università italiane. Si tratta di una vicenda notoriamente complessa, e persino in alcuni casi ancora ribollente, per cui non deve essere stato facile assumere la giusta distanza. Eppure, lo sforzo storiografico e documentale dei curatori è stato enorme, coadiuvato dai saggisti che si sono occupati di singole sedi. Rileggere la storia delle cattedre di cinema, dei rapporti con l’associazionismo e i circoli, dei verbali della libera docenza, del percorso di Chiarini, Micciché, Verdone, Milano, Roma, Firenze, Genova, Cagliari, Bologna, Torino e così via, tutti con le proprie specificità geopolitiche, significa offrire un servizio alla ricostruzione della cultura cinematografica italiana (una storia complessiva tuttora da affrontare: a quando una vera e propria opera monumentale?). Come spiegano i curatori: “Ripercorrendo gli snodi più significativi di un dibattito multidisciplinare e osservando le tappe dell’affermazione di un’inedita disciplina scientifica, studiosi di diversi atenei italiani rispondono alle domande poste dagli attuali sviluppi del settore degli studi cinematografici e dei media audiovisivi in un momento di trasformazione radicale dei suoi oggetti di ricerca, nella consapevolezza che riflettere attentamente sul passato può aiutare a cogliere meglio le sfide e le opportunità del futuro”, ed ecco perché il quadro 1945-70 è quello più utile a comprendere la vicenda.
  • Online l’importante e imponente numero 80 di Senses of Cinema, forse la più influente delle riviste cinefile internazionali, che mette in homepage la foto che noi stessi usiamo per il post (Divine e i Cahiers, che coppia). I dossier sono ben due. Il primo su “American Extreme,” spiegato da Alexandra Heller-Nicholas and Jack Sargeant come “an introduction to and consideration of figures including Bruce LaBruce, Usama Alshaibi, Jamaa Fanaka,Crispin Glover, Roberta Findlay, John Waters, New York-based No Wave feminist filmmakers and directors involved in the American ‘Hardcore Horror’ movement,” e il secondo – più accademico – si intitola “New Directions in Screen Studies,” che – spiegano i redattori – “features five slices of cutting edge film scholarship that emerged from a conference held especially for early career researchers and postgraduates at Monash University, Melbourne in June 2015″.
  • Consigliamo poi la lettura del lungo, appassionante post di David Bordwell sul suo blog, specialmente la parte centrale in cui riassume un dibattito un po’ grossolano esploso quest’estate sulla fine del buon cinema (“End of good movies”), e sull’apparente esondazione di blockbuster derivativi. Oltre a fornire ottimi link per ricostruire la questione, l’autore offre un paradossale confronto con l’annata cinematografica di 50 anni fa, il 1966, mettendo a tacere i soliti apocalittici del funerale perenne con un approfondimento molto intelligente.
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