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Potenza di fuoco cinefila al suo massimo, questa settimana. Dal punto di vista più ludico, abbiamo liste su liste che si affollano per spiegarci quali sono i migliori (e i peggiori film) del 2016 – e cominciano anche i premi, come gli EFA che hanno visto trionfare da una parte il titolo che più si candida a mietere in Europa (Toni Erdmann) e dall’altra il Fuocoammare di Rosi, che offre la netta sensazione di poter dire la sua anche per i traguardi maggiori. Dal punto di vista accademico, invece, ecco una fiocinata di prodotti editoriali da segnalare.

  • Con grande gioia annunciamo l’uscita del n. 10 di Cinergie, con il suo consueto affiancamento di numero monografico e sezioni fisse, il tutto a call for paper e sottoposto a peer review. Estraggo parte del mio editoriale: “Lo speciale di questo numero, che speriamo incontri all’esterno lo stesso entusiasmo che ha procurato alla redazione, è curato da due giovani e preparatissimi ricercatori (Giorgio Avezzù e Giuseppe Fidotta), a dimostrazione di una qualità particolarmente alta degli studiosi che si stanno affacciando ora (non solo sul piano nazionale) sul proscenio delle discipline del cinema e dei media. In particolare, il monografico verte sul rapporto tra cinema e geografia. Cito dall’introduzione di Avezzù e Fidotta: ‘Qualcosa accomuna l’uno e l’altra: l’obiettivo di descrivere, dare un certo senso al mondo rappresentandolo per immagini, dargli forma, archiviarlo, e renderlo visibile nella sua interezza, appropriabile in termini intellettuali, se non proprio materiali’. Ecco, mentre tutto intorno a noi cambia – certamente non serve elencare gli sconvolgimenti geopolitici degli ultimi mesi – il cinema continua a declinarsi come luogo sensibile di elaborazioni immaginarie, misurazione del mondo, messa a prova dei simboli, problematizzazione del visibile. Anche la ricerca (che nel suo piccolo Cinergie cerca di interpretare con proprie specificità) si trova integralmente sottoposta alle spinte e controspinte delle ideologie contemporanee, agli ampliamenti e alle riduzioni del mondo rappresentato, alla globalizzazione culturale e ai ponti levatoi continuamente alzati e abbassati nei confronti degli altri continenti scientifici. Siamo qui anche per comprendere il mondo in cui viviamo. Nel nostro piccolo.”
  • Abbiamo dimenticato, il mese scorso, di citare il n.11 di Bewteen, ottima rivista di letteratura comparata che si occupa spesso di questioni mediali e cinematografiche. Per esempio nel numero dedicato a Forme, mutazioni e strategie del racconto seriale ci sono un sacco di contenuti utili, con saggi – tra gli altri – di Cardini, Checcaglini, Dusi, Giori etc. Segnalo en passant, visto che scrissi un volume sull’argomento, anche il n. 12 sul concetto di parodia.
  • Sempre di sguardo comparatista è anche il ricco convegno che si tiene a Università Ca’ Foscari di Venezia, dal titolo Maschere del tragico. All’interno anche un panel con interventi cinematografici sul melodramma. E sarà proprio la rivista Bewteen a pubblicarne in futuro gli atti.
  • Tornando ai temi della serializzazione, segnaliamo un’altra pubblicazione open access che ci è cara, diretta dall’amico e collega Giovanni Boccia Artieri, Mediascapes Journal. Il n. 6 del 2016 propone una raccolta intitolata Serialization Landscapes con questa premessa: “Gli articoli che compongono il presente numero di Mediascapes Journal e quello successivo sono una selezione referata dei paper presentati nell’ambito della Conferenza Internazionale MEDIA CHANGE Serialization Landscapes: Series and Serialization from Literature to the Web, organizzata dai curatori di questo volume con Erika D’Amico nel luglio 2015 per il Dipartimento di Scienze della Comunicazione, Studi Umanistici e Internazionali: Storia, Culture, Lingue, Letterature, Arti, Media dell’Università di Urbino Carlo Bo in partnership con l’Institute for Screen Industries Research dell’Università di Nottingham e con il Corso di Laurea Magistrale in Cinema, Television and Multimedia Production dell’Università di Bologna.
    L’obiettivo della conferenza, ovvero promuovere la discussione e sviluppare l’analisi sui media e il loro impatto sulla società focalizzandosi sui territori della serialità, è perseguito nell’insieme degli scritti che seguono, secondo un taglio multidisciplinare che mette a confronto approcci – cultural studies, communication studies, media studies, television studies, film studies, theatre studies, new media studies, Internet studies – e casi di studio, sfidando i ricercatori ad investigare il concetto della serializzazione e i suoi precipitati nel campo dei media, della popular culture e dell’arte”.
  • Uscito anche il n. 5/2016 di Game – Italian Journal of Game Studies, dal titolo Games on Games. Game design as critical reflexive practice (curato da Giovanni Caruso, Riccardo Fassone, Gabriele Ferri, Stefano Gualeni, Mauro Salvador). Tema interessantissimo, che viene per di più declinato secondo un approccio molto curioso, che lasciamo spiegare ai curatori in questo estratto dall’introduzione: “This issue offers a variety of approaches to these very questions, explored by scholars/designers whose theoretical work significantly intertwines with the practice of game design. Moreover, this issue is in itself inevitably self-reflexive in at least two ways. First, with Games on Games. Game design as critical reflexive practice we consciously attempted at stretching the boundaries of the format of the scientific journal. For this reason, potential contributors were asked to submit not only papers, but also video games that complement theoretical and speculative thinking, prove a specific point, or offer means of playable critique. As we believe that games may in fact offer a viable lexicon for scientific production and that game studies as a field may benefit from some playful research, this issue is a first experiment with producing and disseminating knowledge stemming from research through game design. This inevitably led to a series of questions regarding the integration of text and games. Is a game design document supposed to integrate the meaning of a game on games? Or should the playable artifact stand on its own as a legitimate piece of scholarly work? In this issue we adopted a hybrid policy, with contributions ranging from the purely textual to more complex examples integrating gameplay and traditional written commentary.”
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