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Diciamo la verità, stiamo attraversando un momento dove non sembra ci siano enormi novità dal punto di vista dell’audiovisivo e dei media legati a cinema e televisione. La digitalizzazione delle sale, il 3D, il digitale terrestre, gli OTT, Netflix, e altro ancora negli anni scorsi hanno dato la sensazione di un riequilibrio potente e talvolta brutale del rapporto tra tecnologie, pratiche ed estetiche. E così è stato. Negli ultimi tempi, invece, assistiamo più che altro al consolidamento di un sistema generale, che ovviamente reca con sé interessi teorici evidenti e tutt’altro che conclusi, ma che – e forse è un bene – ha perso le caratteristiche dell’euforia/disforia per l’innovazione che lo caratterizzava prima.

  • Anche per questo motivo forse è tempo di riflessioni che posizionino le immagini a bocce ferme, come nel caso di Elio Ugenti, Immagini nella rete. Ecosistemi mediali e cultura visuale (Mimesis, 18 euro). La domanda da cui si parte è: riteniamo ancora possibile individuare oggi delle vere e proprie specificità mediali? Soffermare l’attenzione sui singoli dispositivi di produzione e veicolazione di immagini può essere ritenuto ancora un approccio valido per la comprensione del panorama visivo entro cui siamo immersi? Che cosa ne è delle singole immagini – e delle loro reciproche differenze – una volta che queste entrano nel circuito della Rete e vengono ripetutamente condivise sulle piattaforme social? Interessante, e talvolta avventurosa, la fusione di metodologie di ricerca, tra visual studiesmedia studies, sociologia ed estetica, analisi delle pratiche e dei discorsi sociali. Ricerca interdisciplinare, che arricchisce la bibliografia sul complesso ecosistema mediale contemporaneo.
  • Ci fa molto piacere segnalare l’uscita, open access online, del n. 12 di Alphaville, curato da due bravi colleghi italiani che lavorano all’estero, Stefano Baschiera, Queen’s University Belfast, e Elena Caoduro, University of Bedfordshire. Il tema, con introduzione molto interessante, è “The New Old: Archaisms and Anachronisms across Media”. Ci sembra uno dei monografici internazionali più interessanti del momento, e spieghiamo il perché citando proprio l’editoriale: “The proliferation of objects and styles often defined as vintage (anachronistic objects in the present) or retro (archaisms, imitative of the past) in screen media urges a reconsideration of this phenomenon and, more broadly, calls for an evaluation of the fetishism for the past and its regurgitation in the present. Popular and academic applications of these concepts have mostly focused on production of styles manifested in the private consumption (fashion, architecture, industrial design). Previous definitions of vintage and retro (Baudrillard; McRobbie) seem inadequate to detail the flexibility of this phenomenon and to properly acknowledge the role of media in creating a vintage/retro world and mirroring cultural products and visual styles from the recent past that are present in our daily life. These are just some of the many examples that illustrate the necessity to analyse and theorise the heterogeneous phenomenon of vintage and retro invocations in screen media. The pace of obsolescence of the apparatus for media consumption constantly leaves something behind, reinterpreted as technological advancement or just lingering at the interstices of our cultural landscape. Concepts of “residual” (Acland) and “zombie” media (Parikka) underline the nonlinear development of technological advancement, while a new attention towards the fantasies connected to the “life cycle” of each medium (including its obsolescence) offers a new approach to the role played by the imaginary in media history (Natale & Balbi)”.
  • Uscito nelle librerie il n. 100 di Trafic, storica rivista fondata da Serge Daney. Il traguardo è imponente, anche se non sappiamo dire quanto ancora la pubblicazione appaia intellettualmente centrale nel dibattito critico. Del resto la tradizione francese garantisce una certa ortodossia di fondo, e dunque la veste grafica del numero speciale non tradisce per nulla l’impostazione: niente immagini, e 200 pagine fittissime di scrittura. A tenerlo tra le mani, sembra uguale agli altri numeri, e invece c’è un progetto ben preciso. Il titolo è “L’écran, l’écrit”, e l’idea sta nel festeggiare la “testualità” fortissima della rivista (praticamente il contrario esatto della videoanalysis e del web-criticism) attraverso riflessioni su altri testi scritti, piuttosto che film. Aperto dalla meditazione di Jean Louis Schefer e chiuso da Jean-Luc Nancy, il numero vede schierati tutti i big, da Aumont a Bergala, da Rollet e Narboni, da Paini a Guerin, con ricordi di Daney stesso et alii.
  • Ricco anche il n. 10 di Frames Cinema Journal, con molti pezzi dedicati a rip-off, remake e altri concetti simili, al solito arricchiti anche da video-saggi.
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