Eh sì, quando tutti ci apprestiamo (si spera) a tirare il fiato almeno qualche giorno, e le sale si interrogano per la millesima volta su come allungare la stagione dopo aprile, noi si pensa che a Pasqua sia l’occasione migliore per dedicarsi a visioni e letture. Quei binge watching che abbiamo rimandato da mesi, quei recuperi di film usciti a pioggia nelle scorse settimane (a proposito: stagione clamorosa per il cinema d’autore, meno per generi e blockbuster al momento), quei volumi e quelle riviste accumulate sul comodino. Ecco alcuni consigli appena giunti.

  • Victor Stoichita, Effetto Sherlock. Storia dello sguardo da Manet a Hitchcock (Il Saggiatore, 20 euro). Titolo, ma soprattutto sottotitolo, da far tremare i polsi. Si tratta però di Stoichita, uno degli iconologi più noti, influenti e divulgativi del pensiero contemporaneo, accusato qua e là di essere un po’ troppo sicuro di sé, ma sempre un piacere da leggere. Questa volta, sfogliando avidamente le pagine che ci portano dall’impressionismo a Hitch, i dubbi che si moltiplicano via via (specie per chi conosce abbastanza bene l’iconografia del cinema e la tradizione dell’approccio da parte delle arti visive alla settima arte) sono più di uno. Eppure, grazie a illustrazioni numerosissime – senza che il prezzo di copertina aumenti – e a uno strumento che a un certo punto viene fuori nella trattazione, spiegando il titolo principale, i conti poi tornano, e si fanno perdonare riferimenti critico-teorici a volte non del tutto completi nella parte filmologica. In buona sostanza, non si tratta solo di una riflessione sullo sguardo che ci osserva da quadri e film, o su “personaggi” implicati in una relazione di osservazione (il libro parte dalla Ferrovia di Manet, che vedete in testa al post), ma di una proposta analitica sulla figura del detective. La letteratura poliziesca, a sentire Stoichita, che si appoggia giustamente sul mai superato Kracauer, è quella che meglio ci spiega l’indagine, la percezione visiva, l’uso dei sensi e della ragione per svelare qualcosa, che potrebbe persino essere – nella modernità che va da Manet a Antonioni (Blow-Up, scritto però sbagliato per tutto il volume) e altri – il reale nella sua complessità. Sembra un libro degli anni Novanta, quando questo tipo di raffronti e approcci andava per la maggiore, ma è uscito ora, e non fa certamente male.
  • Peter Decherney, Hollywood (Il Mulino, 13 euro). Il libro del docente americano di Cinema Studies offre il destro per un nuovo, denso volumetto su Hollywood. Visto che anche in Italia non mancano titoli sull’argomento, perché tornarci? Anzitutto, non si tratta di uno studio semantico, o teorico, o gender, o culturale, su Hollywood, quanto di una “breve storia” che ha un punto di partenza molto preciso. Decherney, infatti, ha un approccio continuista, e pensa che dalla fondazione di Hollywood a oggi – epoca del digitale e del prodotto globale – la filosofia produttiva hollywoodiana non sia cambiata affatto. Visto che si tratta della stessa idea che trova d’accordo il sottoscritto, ho trovato particolarmente convincente questo apriori, secondo cui – cosa ovviamente nota – il sistema produttivo americano altro non è che un meccanismo di protezione dall’imprevedibilità del mercato, una lotta per far stare in piedi un’industria complessiva all’interno di una delle imprese più a rischio capitalistico che esistano, in quanto sottoposta a rapidi mutamenti del gusto, della struttura sociale, della tecnologia, spesso più veloci di quanto una pianificazione del prodotto possa controllare. Dal muto fino a Avatar, dallo star system alle serie tv (i cui broadcast vengono analizzati per la loro somiglianza con Hollywood), dall’intertestualità alla crossmedialità, insomma, cambiano i mezzi produttivi e comunicativi ma non l’esigenza di fondo. Per il resto, gran parte del volume è storiografico, di semplice lettura, ma molto informato e pragmatico: più una storia dell’industria che delle opere.
  • Alberto Anile, Totalmente Totò. Vita e opere di un comico assoluto (Cineteca di Bologna, 18 euro). Era prevedibile che il cinquantenario dalla morte di Totò proponesse una esplosione editoriale. Tra i molti titoli, quello di Anile è certamente tra i più seri, anche perché l’autore – per quanto non indiscusso – ha dedicato una parte della sua vita a precedenti volumi sullìartista napoletano. Secondo Anile, Totò era “un artista popolare e al contempo profondamente complesso, legato alla tradizione e alle avanguardie ma mai troppo all’una o alle altre. La cui molla segreta fu il tentativo di riscattare un’infanzia umiliata, in una rimozione di complessi e di dolori che lo hanno sdoppiato e smarrito; che dovette fronteggiare l’avidità scervellata dell’industria, le resistenze della critica e un paio di micidiali dardi dell’avversa fortuna. Ma che sul palco e sul set sapeva sempre far scattare qualcosa di vero e di eversivo, con una maschera inconfondibile che riuscì a trionfare sui cambiamenti epocali di cinquant’anni di storia della cultura e della società italiane”. La teoria di Anile, già espressa altrove, è che proprio in questa complessità si trovi Totò, che certamente nella prima parte della carriera faceva sognare una comicità di avanguardia, ma che – anche nel suo adeguarsi alla produzione per il pubblico piccolo borghese – sapeva farsi cultura popolare nel modo più spontaneo. Interessante la ricostruzione finale del “dopo-Totò”, le riabilitazioni, le letture militanti (Fofi), i rifiuti, i distinguo, la spoliazione da parte dei palinsesti televisivi, insomma l’eredità totoiana che arriva sino a noi, a oggi, al libro stesso.
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