Eccoci riemersi dalla pausa estiva, come promesso, per riallacciare il contatto con il cinema (e non solo, visti questi mesi dominati da due delle serie televisive più influenti per come hanno saputo usare la lunghezza del palinsesto e ribaltare il dominio del binge watchingGame of Thrones Twin Peaks – Il ritorno). Il periodo di pausa è servito per leggere molte cose che avevamo impilato sulla scrivania in attesa di essere gustate a dovere. E al tempo stesso per smaltire il sovraccarico di festival e convegni che dalla primavera hanno saturato (non lo si dice con accezione negativa) la vita dello studioso aca-fan. Peccato non aver potuto seguire in loco Locarno, che ha confermato a quanto si legge l’ottima qualità media e soddisfatto la promessa di una eccezionale retrospettiva (quella su Jacques Tourneur, curata da Rinaldo Censi e Roberto Turgliatto). Venezia è alle porte, intanto, e ne riparleremo nel prossimo post. Nel frattempo, via agli aggiornamenti.

  • Ripartiamo dal pensiero sul cinema con Roberto De Gaetano, Il cinema e i filmLe vie della teoria in Italia (Rubbettino, 16 euro). Si tratta di una ampia rielaborazione di uno dei testi fondanti dello studioso (Teorie del cinema in Italia, 2005), dove – oltre a una introduzione molto ricca di spunti – si propongono tre nuovi capitoli dedicati a Emilio Garroni, Pietro Montani, Francesco Casetti. Come sempre in De Gaetano, lo studio del cinema diventa studio della cultura tutta. Quando si parla di Italia, la cosa si fa ancora più interessante, perché come nel Lessico del cinema italiano, anche in questo caso emergono elementi identitari particolarmente universali e necessari, non tutti positivi. Per esempio, proprio la scarsa attitudine alla teoria della cultura nazionale ha colpito anche il cinema, per cui il volume non è solo una esaltazione di chi ha cercato di costruire riflessione sul mezzo nel nostro paese dal dopoguerra in poi, ma anche valutazione negativa di alcune dimensioni discorsive (la critica e la cinefilia, di cui però forse si sottovaluta qualche aspetto emancipativo) che hanno prodotto meno legami di quanto si sperava. In ogni caso, grazie alle analisi su Zavattini, Pasolini, Grande, Deleuze e la sua eredità in Italia, oltre che sui tre studiosi succitati, il quadro che viene composto è di enorme ricchezza e ci invita a ripartire da questo punto per future riconsiderazione della teoria del film in un paesaggio sempre più dominato dai media e visual studies.
  • Gian Piero Brunetta, Attrazione fatale. Letterati italiani e letteratura dalla pagina allo schermo. Una storia culturale (Mimesis, 29 euro). Per una volta possiamo usare senza retorica la definizione di “autore che non ha bisogno di presentazioni”. Il volume di Brunetta prosegue una lunga serie di scritti dello studioso veneto sul rapporto tra cinema e intellettuali in Italia. Si tratta di una lettura appassionante e coltissima. Come spiega lo stesso Brunetta: “La letteratura è iscritta nel DNA del cinema italiano, ne costituisce una struttura portante e gli scrittori e letterati ne sono i vettori privilegiati. Alcuni si prestano subito a offrire il corpo e il sangue della propria opera (Gozzano, D’Annunzio, Bracco…), altri manterranno a lungo un atteggiamento di sospetto e presa di distanza (Verga, Pirandello…). Non pochi subiscono lo sguardo ipnotico del cinema e decidono presto di effettuare il passaggio di campo, o concedendo i diritti delle opere, o ideando soggetti e collaborando a sceneggiature originali, o dedotte da opere letterarie. Alcuni riescono a far coesistere l’attività letteraria con quella cinematografica (Soldati, Pasolini), altri abbandonano ogni pretesa letteraria senza guardarsi indietro (Amidei), altri rimangono in mezzo al guado, altri ancora contribuiscono a porre le basi d’una nuova poetica, quella del neorealismo (Zavattini), o a inventare una lingua per il cinema capace d’avere importanti ricadute nella vita reale. Tutti insieme concorrono a porre le basi per una lingua comune agli italiani, che nel dopoguerra ancora utilizzano a maggioranza i dialetti”. Da non perdere.
  • Nel viaggio di oggi, dedicato quasi per caso al cinema italiano, segnaliamo con piacere anche il testo di Angela Bianca Saponari, Il desiderio del cinema. Ferdinando Maria Poggioli  (Mimesis, 22 euro). La ricercatrice pugliese riapre il capitolo di Poggioli, senza schiacciarlo sulla visione dei calligrafici e cercando di lavorare su fonti primarie e secondarie di sicura rilevanza. Proprio il superamento dell’etichetta formalista apre e propone nuovi orizzonti interpretativi sull’immaginario di un’epoca, aderendo perfettamente alle dinamiche storiche dell’industria culturale. Attraverso diverse prospettive metodologiche (tematica, iconografica, discorsiva, produttiva, ricettiva) l’autrice propone una ricollocazione di Poggioli nel quadro più generale della Storia del cinema italiano e una sua nuova sistemazione nei meccanismi dello spettacolo tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta. Tra i materiali da citare: le lettere indirizzate a Visconti, tra il 1937 e il 1938, attraverso cui è stato possibile ricostruire le diverse stesure del trattamento di un film, Racconto d’agosto, mai realizzato.
  • In questi mesi è anche uscito il n. 1/2017 (vol. 3) della rivista Series. Troviamo, con il consueto interesse, una sezione monografica dedicata al concetto di location nelle serie televisive “drama”. Per fare alcuni esempi, si possono leggere articoli su Berlino nella serialità contemporanea, su Baltimora in The Wire, sulla Miami di Dexter ecc. senza disperdere tutti gli addentellati che il concetto di rappresentazione urbana e comunitaria porta con sé in termini culturali, identitari e di gender.
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