Approfittando dell’inizio del periodo di garanzia e della partenza ufficiale dei palinsesti autunnali (anche se incompleti), parliamo oggi di libri sulla televisione. Inutile sottolineare che i television studies attraversano un momento molto brillante, anche perché le forme del piccolo schermo – chiamiamole così, con un po’ di ingenua nostalgia – si sono integrate in maniera suggestiva e integrale con i mezzi digitali, costituendo un terreno di enorme interesse. Non pretendendo di trasformarci in esperti del settore, ci pare che la serialità – pur con tutta l’ottima letteratura scientifica prodotta in questi anni – rimanga un terreno non del tutto arato, anche per la frequenza con cui la produzione e l’audience tendono a terremotare i dati acquisiti sino a poco prima.

  • Introduciamo in questo modo un volume meritoriamente tradotto in italiano (grazie alla nuova collana per Minimum Fax diretta da Luca Barra e Fabio Guarnaccia), già sugli scaffali da qualche mese: Complex Tv di Jason Mittell (Minimum Fax, 18 euro). Il volume era già noto agli studiosi da un po’ di tempo, non solo perché è arrivato sul mercato angolamericano nel 2015, ma anche perché l’autore ne aveva fatto pubblicazioni parziali e soprattutto lo aveva messo online per sottoporlo all’analisi dei colleghi, emendandone poi di conseguenza molte parti. Un lavoro seriale, come sottolinea Mittell, esattamente come l’oggetto dello studio. Detto che Mittell è uno dei principali studiosi internazionali, e su questo non ci piove, proviamo a dire che: i punti a favore stanno nella mostruosa competenza, nella sorprendente chiarezza di riferimenti teorici (senza timore di qualche ricorso a pensatori apparentemente superati), nella limpida suddivisione del volume (Autorialità, Personaggi, Comprensione, Paratesti…ecc.), in generale nel tono discorsivo e non apodittico, e nel buon senso con cui una cosa complessa (ça va sans dire) come la “complex Tv” viene esaminata. Complimenti. Ci sono, però, anche alcuni punti critici: il capitolo sulla valutazione, sebbene spazzi via molti approcci sbagliati, come quello alla Bourdieu (deleterio), è ancora insoddisfacente quanto a determinazione di un pattern di valori estetici applicabili alla serialità (gli studiosi di critica, quorum ego, ci stanno lavorando). Più in generale, anche se Mittell spiega onestamente il suo metodo e apre talvolta alle pratiche sociali, il volume non sembra tenere molto conto dell’uso della serialità nelle comunità mediali, appare molto anti-jenkinsiamo come approccio e altrettanto sbilanciato sul neoformalismo stile Bordwell (ma sono gusti personali: magari è l’idea vincente). Infine, l’esemplificazione non è sempre di eguale valore e il rischio è che serie ininfluenti o obsolete nel giro di pochi anni vengano considerate comunque indicative di trend. Tutte mosse teoriche del tutto legittime e piene di sensibilità e capacità, sia chiaro. Ma la sensazione è – cosa a cui in qualche modo allude Mittell nel finale – che sia già urgente un Complex Tv 2. Detto questo, un libro da avere. Obbligatoriamente.
  • Altra collana davvero riuscita (nella quale vanto una presenza in sede di comitato scientifico) è “Narrazioni seriali” di Mimesis, diretta dal quartetto Innocenti, Martin, Re, Scaglioni. Questa volta la monografia è In Treatment. La serialità in analisi di Elisa Mandelli (Mimesis, 12 euro). Si tratta di una ricognizione di rara completezza su tutto l’universo In Treatment, che come noto ha dato vita non solo a una catena di adattamenti su molti continenti ma anche anticipato una modalità di circolazione globale dei modelli seriali di grande efficacia. Mandelli ha operato con estrema serietà (il succitato Mittell ricorda che studiare le serie è molto più lungo e complicato che studiare film di 90 minuti), analizzando le diverse versioni del prototipo isrealiano (BeTipul). La parte del leone la fa ovviamente l’Italia, con le tre stagioni complete programmate da Sky ora concluse. Ma dentro al testo si ritrovano informazioni utili a ricostruire tutta l’avventura seriale di In Treatment, sottoposta a vari tipi di esame: narrativo (gli impianti, le differenze, i criteri compositivi), funzionale (centrato sui personaggi), simbolico (l’idea di adattamento culturale, con tutti gli slittamenti operati a partire dalle tradizioni e dalle identità locali), formale (spazio e stile), psicoanalitico (con una coda dove i terapeuti valutano la serie). Un lavorone, come si suol dire.
  • Chiudiamo con un piccolo appello, per l’amico e collega Adrian Martin, uno dei critici e studiosi più cinefili e appassionati del mondo. Poligrafo (e grafomane) Martin ha messo in piedi un sito personale dove stoccare e rendere fruibili a tutti le sue migliaia di articoli e saggi scritti in giro per il mondo nel corsso degli anni. Questo è il sito. Adrian al momento non insegna, e vive di sole collaborazioni. Chiede dunque un sostegno al sito per moltiplicare le pochissime entrate che giungono – in Italia come nel mondo – a chi vive di sole pubblicazioni specialistiche e/o curatele. Lo si può fare sulla piattaforma Patreon. Lasciamo alle sue parole la spiegazione del progetto: “I have a project that was publicly released online, for open access, on 26 July 2017: my website Film Critic: Adrian Martin (filmcritic.com.au). It is, essentially, a collection of my film reviews and short essays written over a period of almost 40 years, in many different styles and originally for many sorts of publications and occasions (newspapers, radio, specialist magazines, unpublished notes, online journals, classroom handouts, etc) in many countries of the world. In fact, I have been working on this website, on and off with various collaborators, for about 20 of those 40 years. It currently contains over 2,000 reviews, but there are at least 1,000 more that are ready to be entered into the site. In its tone and ambition, the project could be compared to Jonathan Rosenbaum’s website of his critical writings”. E così ricordiamo a tutti anche il sito di un altro grande come Rosenbaum!
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